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Apr 16 2017

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VENTI DI GUERRA

Ha poco da lamentarsi Bernie Sanders, a dire che “gli Stati Uniti spendono in difesa più delle 12 nazioni successive messe insieme”: passate le invettive contro “quella guerrafondaia della Clinton”, The Donald ha riscoperto l’imperialismo americano che diceva di voler pensionare.

Classifica dei primi Paesi al mondo per spese in difesa. © Bernie Sanders/International Institute for Strategic Studies

L’Italia, ultimo Paese della lista citata, spende 22,3 miliardi di dollari all’anno per la difesa; la Russia, terza in classifica, 58,9; la Cina 145, già un bel salto; nessuno, però, può competere con il monstrum dei 604,5 miliardi di dollari che la superpotenza a stelle e strisce sborsa ogni anno.

Va riconosciuto che, durante l’era Obama – e in particolare con il secondo mandato – era iniziata una politica di riduzione dei costi, a favore, ad esempio, della riforma sanitaria, ma tutto sembra destinato a fermarsi qui: Trump, nonostante qualche dissapore con il Congresso, ha dichiarato di voler invertire la marcia, rimpinguando i fondi del Pentagono con una massiccia riduzione del sostegno alla sanità per i meno abbienti.

Non si può certo combattere una guerra in Siria con i vaccini (anche se, qui in Italia, qualche parlamentare ci farebbe un pensierino…), o una contro la Corea del Nord con i farmaci antitumorali. Non si vuole contare i morti tra i cittadini che non possono permettersi le cure, insomma, ma tra i nemici abbattuti.

Trump non si ferma; anzi, corre. I missili in Siria sono ancora una probabile iniziativa spot: tutto porta a credere che sia una manovra politico-diplomatica a breve termine, volta a rinsaldare le fila dei Repubblicani e del Paese dietro al Presidente americano e a rimettere piede nello scacchiere mediorientale. E ovviamente, Trump riconferma le tradizionali alleanze degli Stati Uniti, sunnite e anti-sciite. Qualcosa seguirà, però, e non sarà solo la rottura di un’amicizia mai dichiarata con l’inquilino del Cremlino: un intervento militare americano, per quanto circoscritto, si fa ipotesi più vicina.

D’altra parte, vogliamo credere che i 59 missili Tomahawk lanciati contro la Siria siano dovuti ai “bambini meravigliosi” che hanno sofferto per i gas? o non piuttosto al desiderio di mostrare i muscoli? Lo stesso si può dire dell’ultima novità, la “Mother of all bombs”: il contesto è differente, ma l’uso dell’ordigno guarda lucidamente, in questo caso, ai nemici della Corea del Nord.

Gli equilibri internazionali non sono mai stati stabili, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, eppure ora sembra di trovarsi dinanzi a cambiamenti ancor più veloci che in passato: prima un’inedita entente Trump-Putin, poi un repentino allontanamento del primo, ora alla caccia del sostegno cinese; prima una politica americana che tentava il contenimento delle minacce – Siria, Corea del Nord, terrorismo islamista –, ora reazioni inedite reazioni energiche. Soffiano venti di guerra, ma è ancora possibile crogiolarsi nel dubbio: se questa sia solo una prova di forza, o se si debbano scatenare tensioni sotterranee già ora a stento represse.

Quale che sia la risposta, Bernie Sanders ha tutto il mio sostegno: i 54 miliardi di dollari da aggiungere al bilancio della difesa, sommati alle super-agevolazioni fiscali per i ricchi, rischiano di uccidere la sanità pubblica americana, riportando in auge il liberismo più sfrenato dopo qualche timido tentativo di ammorbidimento.

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