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Set 27 2017

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IRRIVERENTE O RELATIVISTA: QUALE MOSTRA SEI?

Di Susanna Scagliotti – IIIA Classico

L’autunno si insinua nella vita culturale veneziana con una bipartizione d’artista: due attesissime esposizioni approdate in laguna. Profondamente differenti per stile dei curatori, premesse e intenti, esse rivelano un punto di contatto nel desiderio di indagare la dimensione del meraviglioso: un’arte ne sottomessa ne superiore, ne utile ne sterile, che esige di essere vissuta e sperimentata appieno, lasciandosi strabiliare.

Siete distesi su un immaginario lettino da psicanalista. Provate a scavare nei meandri piu reconditi della vostra mente, chiedendovi: che cosa mi aspetto da una mostra? Perche un artista mi piace di piu rispetto a un altro? E soprattutto: il mio modo di essere si puo riflettere nelle mostre che scelgo di visitare? Nel frattempo, vi presentiamo due tipi caratteriali, due modi di affrontare l’arte, uno per ogni mostra: sta a voi scegliere quale vi e piu congeniale e, di conseguenza, quale mostra prediligere.

Senza dimenticare, naturalmente, di estendere la vostra curiosita all’altra (che magari avevate scartato in partenza, con sommo disappunto): perche e la contaminazione dei generi – dall’antica Grecia al Medioevo, dal Rinascimento al Novecento – a rendere davvero viva l’arte.

  • L’irriverente

Alla vista di un tramonto o di una soave scena bucolica imprigionati in una tela, ti vengono i sudori freddi. Dov’e la protesta, dov’e la spregiudicatezza, dov’e l’ironia? Quando parli con i nostalgici del figurativo, snoccioli l’elenco dei tuoi padri e delle tue madri spirituali, lanciandoti in un’apologia degli artisti – o, ancora meglio, dei performers – piu folli dell’ultimo secolo. Compie esattamente cent’anni la Fontaine di Marcel Duchamp, altrimenti detta “l’orinatoio”, tua opera-feticcio e origine del tuo amore per lo scandalo. Senza scomodare l’arcinoto Piero Manzoni, rievochi provocatoriamente Chris Burden che, nel 1971, gira un filmato in Super 8 in cui chiede a un suo amico di sparargli a un braccio. Non bastasse, chiudi con un cenno a Marina Abramović alla Biennale del 1997: caldo torrido, l’artista seduta in mezzo a un mucchio di ossa di manzo insanguinate.

La tua sfrontatezza, tuttavia, non e affatto di facciata. Non si tratta di gusto fine a se stesso per l’atto di fare scalpore: al contrario, sei molto puntiglioso, attento al sociale e ai meccanismi di ricezione dell’arte da parte del pubblico. Parola d’ordine: stupire per capire. E allora, Duchamp sottintende che arte e tutto cio che ci circonda; Burden esemplifica il furore di una generazione; Abramović conferisce fisicita alla macelleria umana che e stata la guerra in ex Jugoslavia (l’artista è serba, e Balcan Baroque è il titolo della sua performance).

Se e cosi, corri a Punta della Dogana e a Palazzo Grassi, dove fino al 3 dicembre si tiene la mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable, targata Damien Hirst. L’artista, celebre per i suoi crani rivestiti di diamanti e per i suoi quarti di montone esposti in teche di vetro, si butta a capofitto in una sfida ardua: donare dignita artistica al falso.

Ingredienti: un liberto del II secolo d.C. arricchitosi in modo spropositato, un’immensa collezione di oggetti, una nave per ospitarli (chiamata Apistos, in greco Incredibile), il suo naufragio nell’Oceano Indiano, il recente ritrovamento del relitto, un artista – Hirst – che espone il redivivo patrimonio in due poli museali. Parrebbe una commovente vicenda di capolavori riscoperti, di amore per l’arte e le rivelazioni avvincenti. Se non fosse che tutte le opere, che fanno fare tanto d’occhi agli spettatori, sono false. Fittizia la storia di Cif Amotan, il facoltoso liberto; inventato di sana pianta l’affondamento della nave (anche quella, va da se, mai esistita). I “tesori dal naufragio dell’Incredibile” sono in molti casi evidentemente goliardici o perlomeno anacronistici: accanto a plausibili sculture dalle fattezze mitologiche, fanno capolino statue di Topolino e di altri personaggi della Disney, incrostate di alghe e detriti come se fossero realmente reduci da un naufragio. Per non parlare dei busti di Cif Amotan, chiaramente ritratti di Hirst stesso, o della possente statua di bronzo di 18 metri all’entrata di Palazzo Grassi, opera che secondo un arguto giornalista del Financial Times rappresenterebbe l’ego dell’artista.

Viene spontaneo chiedersi: tutto cio e pura presa in giro, bizzarria d’autore, moderna mitologia? In ogni caso, creando opere che – paradossalmente – per la loro natura di falsi diventano arte esse stesse, Damien Hirst inscena ancora una volta lo spettacolo della critica, sia essa al sistema dell’arte, alla societa, o a noi stessi e ai nostri falsi miti. Perche, come ha suggerito l’artista, “tutto sta in quel che volete credere”. E non e una novita che le sagaci eccentricita di Hirst mirino a una stigmatizzazione scientifica, rigorosa, talora crudele del nostro mondo. D’altra parte, Mauro Covacich in passato ebbe a dire che Hirst e “un uomo che ama sputare nel piatto in cui mangia (a sazieta)”.

E un irriverente, proprio come te.

  • Il relativista

Ti capita spesso di alzare, scettico, un sopracciglio udendo i paladini di questa o quella espressione artistica discutere – no, diciamolo, litigare – alla ricerca di un primato da assegnare. Assisti sgranando gli occhi alle eterne faide tra astratto e figurativo, classicismo e innovazione, arte impegnata e arte di regime, e via dicendo, reputandole dicotomie capziose che sottraggono senso alle opere e al giudizio di chi le fruisce. Ti fai trascinare dall’indicibile bellezza della creativita umana senza costituire un tuo personale pantheon, che risulterebbe infondato perche in mutamento costante, ma nemmeno degradando cio che non ti convince di primo acchito. I quadri, le sculture, le installazioni esistono perche qualcuno, in un certo momento, ha capito di avere qualcosa da dire al mondo: per te e questo l’importante, indipendentemente dalla corrente e dalle idee dell’artista. Uno dipinge decine quadri di bottiglie opache e un altro cosparge la tela di pittura colorata e gocciolante: stili opposti e stesso scopo, quello di comunicare a tutti chi veramente siano. Adotti la massima di Oswald Spengler (“Non vi e alcuna morale umana universale”) traslandola all’arte. Non c’e alcun canone assoluto, e per questo ritieni che la protesta abbia valore in quanto atto d’artista e non in forza dell’ideologia sostenuta.

Ti riconosci in questo ritratto? Riempiti gli occhi con le opere dei 120 creativi di Viva Arte Viva, la Biennale d’Arte con sede ai Giardini e all’Arsenale fino al 26 novembre. Dobermann ingabbiati e camion rovesciati, rivisitazioni del David e falene giganti: come ogni anno, la cinquantasettesima edizione della Biennale e un pot-pourri di ponderate follie, una galleria infinita di tentativi di emanciparsi dagli ostacoli all’inventiva. Non a caso il Presidente della Biennale, Paolo Baratta, pone l’accento sull'”umanesimo”, punto cruciale di un’edizione che “celebra la capacita dell’uomo, attraverso l’arte, di non essere dominato dalle forze che governano quanto accade nel mondo e che, se lasciate sole, possono condizionare in senso riduttivo la dimensione umana”. Si accantonano dunque molti dei problemi della contemporaneita per lasciare spazio, come precisa la curatrice Christine Macel, agli interrogativi, alle pratiche e ai modi di vivere degli artisti: nessun tema unificante, solo l’arte per l’arte. Un’Arte sempre Viva, malgrado le avvisaglie di decadenza presenti in piu opere.

La summa di tale relativismo? Due opere su tutte: Tightrope, dell’artista russa Taus Makhacheva, e il Padiglione Italia.

La prima, un video di circa un’ora, ha come protagonista un funambolo intento a trasportare sessantuno copie di opere d’arte da una parte all’altra di una montagna, da uno spazio aperto a una sorta di deposito. Una semplice – e per questo disarmante – riflessione sul futuro dell’arte, e su interrogativi spesso elusi: come apprezzare capolavori chiusi nei magazzini e mai esposti? Come illuminare l’invisibile? Nell’economia della Biennale, e un contributo meno significativo rispetto ad altri, ma irrinunciabile per un relativista della tua risma.

Veniamo al Padiglione Italia: grande prova purtroppo non graziata neanche da una menzione speciale, brilla per Senza titolo. La fine del mondo di Giorgio Calo. All’inizio ti sentirai schiacciato da un soffitto basso, un reticolato di tubi in una sinistra penombra. Poi, una scala di metallo. La tua ascesa dal sapore spirituale fino al piano superiore, il soffitto che e diventato pavimento, le capriate di legno e quella inspiegabile distesa immobile, scura. Non e cambiato niente ed e cambiato tutto. Solo quando riuscirai a identificare cio che hai davanti, capirai che Calo suggerisce che l’opera d’arte “non deve essere necessariamente un pugno nello stomaco” e “si puo naufragare in un mondo di straordinari pensieri anche senza fare rumore” (L. M. Barbero). Una protesta sommessa ed elegante, proprio nelle tue corde.

 

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