«

»

Ott 10 2017

Stampa Articolo

DISASTRO DEL VAJONT: 54 ANNI FA

Di Leonardo Carniato – IIIC Classico

Alle 22:39 del 9 ottobre 1963 una frana di 270 milioni di metri cubi si stacca dal monte Toc e precipita nel bacino artificiale del Vajont ad una velocità di 110 km/h. La fuoriuscita d’acqua prodotta dalla diga uccide circa 2.000 persone. Ripercorriamo fase per fase le vicende della Valle del Vajont.

 

Per compensare l’irregolare portata d’acqua del fiume Piave, in grado di fornire una quantità d’acqua sufficiente alla produzione di energia elettrica solamente in due stagioni, autunno e primavera, si pensa alla realizzazione di un enorme bacino nel quale trattare 150 milioni di metri cubi di acqua, fornendo così energia a Venezia e a tutto il Triveneto. Nel 1929 vengono avanzati i progetti e le prime proposte per la realizzazione di questo enorme lago artificiale, ma, a causa della seconda guerra mondiale, si dovrà aspettare il 1943, anno dell’inizio degli espropri nei comuni di Erto e Casso (due paesi al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia). Conclusi gli espropri, si passa all’inizio dei lavori: è il luglio del 1957, in cui più di 400 operai lavorano alla costruzione della diga. Nell’ottobre1961, tre anni dopo, avviene l’inaugurazione con grande successo. La diga è della tipologia a doppio arco, che all’epoca era la diga più alta del mondo, con un’altezza di 262 metri, una larghezza di 190, uno spessore alla base di 22 metri ed alla sua sommità di 3 e mezzo. Per la sua realizzazione vengono impiegati circa 353.000 metri cubi di calcestruzzo. Un’opera senza dubbio di straordinaria ingegneria, ma gli studi sulla stabilità dei versanti del bacino del Vajont e, in particolare, sul versante settentrionale del monte Toc vengono meno. Infatti questo monte (il cui nome è una abbreviazione del friulano “patoc”, marcio) è per la sua costituzione geologica ad elevata franosità, e ciò era da tempo noto al punto che vennero fatte delle opere accessorie di bypass per salvare l’impianto nel caso in cui una frana di modeste dimensioni avesse diviso a metà il bacino. A conferma di tali instabilità, il lago artificiale di Pontesei, poco lontano da quello in costruzione del Vajont e facente parte del medesimo progetto, nel 1959 traboccò a causa di una frana uccidendo il guardiano dell’impianto.

 

Terminata la costruzione della diga iniziano le prove di invaso e di svaso, cioè il riempimento e lo svuotamento del bacino.  Già durante il primo invaso una frana di circa 800.000 metri cubi di roccia precipita nel lago, senza però dare troppe preoccupazioni. Nel 1962 vengono fatti studi su modelli che, in scala, riproducono il bacino del Vajont presso la centrale di Nove. Dopo varie simulazioni si legge: «la situazione è del tutto tranquillizzante, essendosi riscontrati soltanto degli spostamenti assolutamente irrilevanti», cosicché viene fissato il limite di sicurezza della quota massima dell’acqua del lago a circa 20 metri sotto la quota massima prevista. Nell’aprile 1963 inizia una terza prova di invaso, che porta l’acqua del lago al suo livello massimo. Nel settembre 1963 vengono evidenziati movimenti di circa 2 centimetri al giorno del fianco del Monte Toc, a seguito dei quali viene deciso un rapido svuotamento del lago, ma oramai l’acqua del lago aveva fluidificato i livelli di argilla e la frana era stata innescata. Il giorno 8 ottobre 1963 gli strumenti di rilevazione dell’impianto mostrano che il versante del Monte Toc si è mosso in poche ore di più di mezzo metro, e quindi si decide immediatamente di svuotare ancora più velocememte il lago.

 

La mattina del 9 ottobre il Comune di Erto e Casso, preoccupato dai recenti avvenimenti, emette una ordinanza di sgombero per alcune frazioni più vicine al lago. Il  repentino svuotamento del lago diventa uno dei fattori scatenanti della frana, in quanto la presenza della massa d’acqua del lago tende oramai a sostenere la sezione di Toc staccatasi. Verso l’ora di pranzo, però, alcuni operai vedono il movimento della montagna, la caduta degli alberi e il crollo di alcuni piloni. Vengono inviate a Roma, per posta ordinaria, delle richieste di istruzioni per tentare di arginare l’imminente frana. L’ingegnere Alberico Biadene, direttore dei lavori della SADE (La Società Adriatica Dell’Elettricità), aveva inviato una lettera al capocantiere Mario Pancini, concludendo con un post-scriptum in cui diceva di essere preoccupato per quello che stava succedendo sul versante del monte Toc: «P.S. Mi telefona ora il geom. Rossi che le misure di questa mattina mostrano essere ancora maggiori di quelle di ieri, raggiungendo una maggiorazione del 50%!! (cioè da 20 a 30 cm). Si nota anche qualche piccola caduta di sassi al bordo ovest (verso la diga) della frana. Che Iddio ce la mandi buona». Alle 22.39, dal versante settentrionale del monte Toc, a cui è appoggiato un fianco della diga, si stacca un’enorme frana, che scivola rapidamente nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont. L’acqua, sollevata dalla frana come una sorta di tsunami, forma una onda alta circa 250 metri, che si divide in tre parti. La prima onda colpisce il paese di Casso con una altezza maggiore del paese stesso, ma per fortuna non si registra nessun morto. La seconda onda si dirige verso Erto, che miracolosamente non viene colpito perché protetto da uno sperone di roccia, ma vengono distrutte alcune frazioni, con circa 350 morti. La terza onda supera il coronamento della diga e 50 milioni di metri cubi d’acqua e di roccia volano oltre la diga. L’onda produce un vento sempre più intenso e allo sbocco della valle del Vajont, dopo un salto di più di 250 metri, l’onda è alta più di 70 metri. L’acqua aveva una tale massa e velocità che secondo alcuni studi recenti generò un onda d’urto forte come quella provocata da una piccola esplosione nucleare. In totale muoiono 1.917 persone, di cui 487 bambini e ragazzi; 451 vittime non sono mai state ritrovate.

 

Subito dopo il disastro e dopo i primi soccorsi, scrittori, scienziati,  politici e  giornalisti si dividono tra quelli che ritengono la frana prevedibile e quelli che invece considerano l’eventualità di evento sfortunato e non preventivabile. Tra i primi c’era il Partito Comunista, che accusa la SADE di aver provocato il disastro. L’Unità e la giornalista Tina Merlin già nel 1961 avevano denunciato il pericolo di una frana. Tra gli altri c’erano lo scrittore Dino Buzzati e il giornalista Indro Montanelli, che imputarono il disastro a un caso fortuito e accusarono i teorici della “prevedibilità” di combattere una battaglia politica a favore della nazionalizzazione, ma in realtà era chiaro a tutti i tecnici da molto tempo che una parte del monte Toc stava per franare e che costruire un impianto di tale dimensioni e di tale portata sarebbe stato un rischio enorme. Nel 1971, dopo 7 anni e mezzo di processo, la Corte di Cassazione riconosce Alberico Biadene (direttore del servizio costruzioni idrauliche della SADE) e Francesco Sensidoni (capo del servizio dighe del ministero dei lavori pubblici e componente della commissione di collaudo) colpevoli di inondazione aggravata dalla prevedibilità dell’evento, e di non aver dato per tempo l’allarme alla popolazione.

Un interessante focus è reperibile a questo link: http://www.corriere.it/cronache/speciali/2013/vajont/

 

Permalink link a questo articolo: http://istitutobrunofranchetti.gov.it/giornalino/archives/7779