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Ott 12 2017

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“MÈ MNESIKAKEIN”

di Marco Visentin, III C Classico

Μὴ μνησικακεῖν”, dissero nel 403 a.C. gli ateniesi in giuramento solenne: “non serbare rancore”. Eppure ne avrebbero avuto ben donde, dopo che il regime dei Trenta Tiranni li aveva privati della democrazia, ne aveva ucciso i parenti, li aveva divisi in fazioni. Lisia, il grande oratore, non mancò mai di farlo notare.

Lasciar cadere i “cattivi ricordi”, tuttavia, non significa dimenticare. Anche oggi, qualcuno fatica a comprendere che dal passato si può trarre la migliore lezione se, abbandonato il filtro ideologico – evidentemente valido come stimolo all’azione presente e futura, ma d’ostacolo all’imparzialità –, se ne compie uno studio sereno e privo di pregiudizi.

Che ci siano capitoli della nostra storia che non condividiamo, se non apertamente ripudiamo, è un dato di fatto. Anche i cittadini ateniesi, d’altra parte, non dimenticarono mai gli eventi di sangue avvenuti sotto il dominio dei Trenta, né ne diedero un giudizio positivo: ciò che da loro dobbiamo imparare è come preservare la memoria senza che essa corroda il nostro presente. Come possiamo dire che abbiamo superato il fascismo, se viviamo di antifascismo? – di opposizione, cioè, a questa ideologia che i nostri padri hanno combattuto e che noi teniamo così surrettiziamente in vita.

Qualche giorno fa, un articolo del New Yorker a firma di Ruth Ben-Ghiat gridava allo scandalo degli italiani che non abbattono i monumenti di epoca fascista, quali il Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR o l’obelisco del Foro italico. Coinvolgeva così anche l’Italia nella polemica, tutta americana, sulla demolizione delle opere fonti di “cattivi ricordi” – e quale ricordo peggiore, per l’Italia moderna, del ventennio fascista?

Già altri (uno su tutti Antonio Carioti sul Corriere della Sera) hanno risposto autorevolmente alle critiche infondate e antistoriche della studiosa d’oltreoceano, opponendo ragioni storiche e artistiche e indagando sulla diversità delle situazioni americana e italiana. Io, però, senza peraltro volermi improvvisare esperto di storia degli States, vorrei proporre un’altra considerazione, riprendendo la lezione ateniese.

L’Italia è stata per lungo tempo, ed è ancora oggi, affetta in misura variabile da μνησικακία, l’attitudine a serbare rancore per il passato; anche il Belpaese ha, di conseguenza, gruppi che desidererebbero cancellare l’oggetto del loro odio – in questo caso, il fascismo – rimuovendolo dalla memoria collettiva, sfoltendo i libri di storia… ma sono gruppi minoritari. Il cittadino medio non si sognerebbe mai di associare la libertà alla distruzione di testimonianze di un passato non libero; il cittadino medio non riscriverebbe il passato alla luce del presente.

Negli Stati Uniti, invece, pare funzioni diversamente: lì il presente è preso a chiave interpretativa del passato. Da un certo punto di vista, è quasi normale: una grande potenza la cui storia è tanto breve e che è ancora, bene o male, nel proprio periodo di egemonia culturale sul mondo, tende ad avere una visione di sé come “custode della civiltà”, che mal si concilia con un passato che ne è stato in parte privo. E tuttavia, ciò porta alla triste deriva di cui si diceva: la rimozione del passato non compatibile con la Weltanschauung del presente.

Detta così, sembra un’operazione puramente intellettuale, à la 1984 di George Orwell. La si consideri, invece, dal punto di vista delle motivazioni interiori e individuali che spingono a mettere in opera tale revisionismo: esse con i principi culturali hanno ben poco a che vedere; hanno la loro sede nell’ira, nel revanchismo di categorie che vedono in determinati monumenti (non ultimo quello di Colombo) la personificazione degli antenati dei loro persecutori – o dei persecutori dei loro antenati.

“Cattivi ricordi”, insomma. Cattivi ricordi che, sebbene negli Stati Uniti possano essere in qualche modo, e solo in parte, legittimati (rimando in materia all’articolo del Corriere), hanno in generale un solo effetto: la violenta cancellazione delle vestigia del passato. E, dopo un po’, la sua ripetizione.

Il Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, Roma.

Permalink link a questo articolo: http://istitutobrunofranchetti.gov.it/giornalino/archives/7781