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Nov 04 2017

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4 NOVEMBRE

di Marco Visentin, III C Classico

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
(Giuseppe Ungaretti, Veglia)

Vittoria nella Prima Guerra Mondiale, Unità Nazionale, Forze Armate: è un anniversario tutto militare – e ricco di maiuscole, non guastano mai – quello che si celebra oggi, a 99 anni dal proclama del generale Diaz, a poco più di cento dalla disfatta di Caporetto. Una festa che, per concezione e impronta, si ricollega al nazionalismo ottocentesco, quello che fece istituire l’Independence Day negli Stati Uniti d’America, le festività del 14 luglio in Francia per la presa della Bastiglia, il Sedantag nel II Reich tedesco.

E dire che di feste nazionali, noi, ne abbiamo ben altre: il 2 giugno, festa della Repubblica, e il 25 aprile, anniversario della liberazione d’Italia. Due ricorrenze significative, perché ricordano l’essenza del nostro Stato: una comunità libera, che riconosce a ogni cittadino la pienezza dei diritti politici. A queste si possono aggiungere il 17 marzo, anniversario dell’Unità d’Italia, e il 7 gennaio, festa del Tricolore.

E tuttavia, nonostante le altre quattro festività a carattere nazionale, il 4 novembre, istituito nel lontano 1919, sopravvive. Come è sopravvissuto alle proteste dei sessantottini. E come continuerà a sopravvivere. Con quale connotazione, però, questo è da vedere.

A tutte le scuole venete è stato inviato un messaggio di commemorazione da parte dell’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan, pregno di termini – e di maiuscole – quali “guerra di popolo, di giovani, di contadini… tutti uniti nella difesa dell’Italia”; “dalla storia si impara”; o, perla assoluta, “conoscere questi capitoli così fondamentali del nostro passato, ci insegna che anche dopo una grande sconfitta si può vincere”; dulcis in fundo, l’incitamento all’”Amore per la nostra Italia”.

La signora assessore trascura forse che quella guerra, i giovani e i contadini, non la vollero minimamente. Non la volle nemmeno il Parlamento, fu invece la volontà di una minoranza, suffragata da un re guerrafondaio, a portare a 1.240.000 vittime, il 3,5% della popolazione. Ma, ehi, evviva la “Nazione fatta di storia, di sacrificio, di valori”. Evviva i “profondi significati” delle “ricorrenze storiche”.

Ebbene, signora assessore, su un punto debbo darle ragione: davvero si possono ravvisare “profondi significati” in questa ricorrenza. Se volesse recarsi in uno di quei piccoli cimiteri che costellano le nostre Dolomiti – non a Redipuglia: il contesto è diverso – e sedersi a meditare, non vedrebbe il glorioso sacrificio per i valori della Patria: vedrebbe la morte aleggiare tra i ranghi stanchi; vedrebbe uomini di tutta l’Italia combattere e morire con il pensiero dei figli orfani e delle mogli vedove; vedrebbe tingersi di rosso le nostre Alpi e coprirsi di cadaveri le loro belle valli. E se volesse recarsi in uno di quei piccoli cimiteri che costellano le Dolomiti austriache e sedersi a meditare, vedrebbe anche lì uomini che, lontani chilometri da casa, sono costretti a dare la vita per una guerra di certo non da loro voluta.

Ricordiamo quindi il 4 novembre: ricordiamo l’eroismo obbligato di chi dovette dare la propria vita, ricordiamo il dolore causato dalla guerra. Ricordiamola, questa guerra, per ciò che veramente è stata: distruzione della pacifica convivenza tra i popoli, fonte d’odio, sconvolgimento. Ricordiamola, ma che sia un ammonimento a non farsi più sedurre dalla prospettiva della vittoria, che non varrà mai tanti sacrifici.

Fa bene, assessore, a ricordare “i milioni di uomini che immolarono la loro vita per la Patria” – immolarono, appunto, come bestie al macello –; ma esaltare lo “scatto di reni” (per citare un dubbio personaggio di Un anno sull’altipiano) che condusse alla vittoria, no. Concediamoci il dolore, lasciamo l’esaltazione a momenti davvero felici.

Permalink link a questo articolo: http://istitutobrunofranchetti.gov.it/giornalino/archives/7806

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