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Nov 06 2017

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NOI, I RAGAZZI DEL LEONCINO D’ORO

Di Susanna Scagliotti – IIIA Classico

E pensare che non ero nemmeno sicura di inviarla, quella recensione. Rendeva davvero giustizia all’osannato maestro Bellocchio?

Poi, tutto in un istante: l’annuncio della vincita per il Triveneto di quel premio nazionale, i mesi che passano, finalmente agosto. La Mostra del Cinema di Venezia. Io, lì, a vagare sognante in una realtà avvolta in una pellicola di film. Ma, visto che di cinema stiamo parlando, torno indietro di qualche scena.

I giurati alla cerimonia di premiazione.

Ogni anno l’IIS Bruno-Franchetti offre la possibilità, agli allievi appassionati della settima arte, di costituire una giuria incaricata di vedere i film in concorso al Premio David di Donatello. Oltre agli appuntamenti in sala a scandire i mesi autunnali, la giuria assiste ad alcuni incontri di formazione sul linguaggio cinematografico. A gennaio, i ragazzi sono chiamati a votare un film tra quelli visti, al fine di assegnare il Premio David Giovani. Chi lo desidera – e qui avvenne, per me, la svolta – può scrivere un elaborato riguardo ad uno dei film, oppure descrivere la propria esperienza di giurato del David Giovani. Le recensioni vengono dapprima inviate all’ufficio regionale di Agiscuola, un’associazione con l’obiettivo di promuovere la conoscenza del cinema tra le nuove generazioni, e in seguito a Roma, sede centrale. A questo punto, vengono individuati uno o più vincitori per ogni regione o gruppo di regioni (ad esempio quattro ragazzi provenivano dal Lazio, mentre io rappresentavo Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia): costoro hanno l’opportunità di partecipare alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia in qualità di giurati del Premio Leoncino d’Oro. I ragazzi guardano tutti i film in concorso, come l’omologa giuria del Leone d’Oro, e poi assegnano il Premio nel corso di una cerimonia nella Sala degli Stucchi dell’Hotel Excelsior.

Prima di partire per il Lido, la mia principale fonte di gioia era non solo la prospettiva di poter gustare in anteprima mondiale i film della Mostra del Cinema, ma soprattutto il fatto stesso di vederli tutti: per anni, nelle varie edizioni del Festival, ne avevo bevuto le recensioni sui giornali (quelle del Mereghetti erano ormai oggetto di culto), allettata da film che poi solo raramente e in parte erano diffusi nelle sale pubbliche. Ora sarei stata ripagata di tanto zelo.

Ben presto tuttavia ho realizzato che, accanto a questa mera soddisfazione personale, c’è stato molto, molto altro.

Immaginate di vivere per dieci giorni insieme a una ventina di vostri coetanei che arrivano da tutte le regioni d’Italia, prima sconosciuti e poi compagni irrinunciabili, con cui tuttora non potete fare a meno di sentirvi.

Immaginate di vedere una mattina una proiezione meravigliosa e, il pomeriggio, di parlare una mezz’ora (anche in inglese) con il regista. Oppure di incontrarne gli interpreti per strada.

Immaginate di trovare i film della vostra vita, e di non dimenticarli mai.

Immaginate di presenziare alle conferenze stampa delle pellicole in concorso e di ascoltare le domande di giornalisti di ogni nazionalità.

Immaginate di scoprire, alla fine di una giornata lunga ma appagante, di essere autorizzati a percorrere il red carpet del Palazzo del Cinema.

Ripeto questa parola, “immaginate”, perché io stessa ho faticato a persuadermi che stesse tutto realmente accadendo, come risultato di ciò che più amo fare: scrivere.

E avrei tanto voluto conferire immediata dignità scritta al sentimento di unione potente, quasi sacrale, che ha legato gli altri giurati e me fin dalla prima proiezione nella nostra affezionata Sala Darsena. Gli applausi per il cast presente in sala, le risate, i silenzi atterriti o emozionati, i commenti al buio: per conto mio, pensare e scrivere sono sempre andati di pari passo; ma questa volta mi sono preoccupata di vivere, prima.

I giurati davanti al Palazzo del Cinema al Lido di Venezia

Non potrei aver vissuto meglio, per esempio, due degli incontri più rivelatori del Festival. Uno dei primi, il colloquio con la regista Susanna Nicchiarelli: artista dallo spessore notevole, persona squisita, ci ha regalato un film (Nico, 1988) entrato subito nel nostro pantheon, tanto da farci venire le lacrime agli occhi alla notizia della sua vittoria per la sezione Orizzonti.

E poi, naturalmente, c’è stato Paolo Virzì. Quando l’abbiamo incontrato, il suo The Leisure Seeker era già in testa, ma non potevamo dirglielo. In compenso, abbiamo riso con lui della vita e della morte, della giovinezza e della vecchiaia, grazie ad un film saggio ma mai paternalistico, spiritoso senza essere frivolo. Insomma, degno di un Leoncino d’Oro.

Che cosa, allora, ci ha reso Leoncini dalla criniera fluente e dalla critica pronta?

Potrei menzionare le numerose ore spese gli uni accanto agli altri, ma suonerebbe prevedibile. Piuttosto, è stata la dialettica successiva alla visione dei film ad unirci, a evidenziare le peculiarità e il gusto di ogni membro della giuria. Se quello del David Giovani è stato un voto autonomo, privato, quello del Leoncino d’Oro è il risultato di ore di discussioni dai caratteri mutevoli: pacate o accese, discorsive o serrate, hanno fatto tale presa in noi, che in altri momenti bastava uno sguardo o una parola per sottintendere un tema sviscerato poco prima. Ad esempio, un film che aveva incontrato il favore di pochi (va da sé che ne celi il titolo) era diventato una sorta di capro espiatorio evocato con ironia in qualsiasi discorso dai toni vagamente distruttivi; oppure alcuni elementi affascinanti di una pellicola costituivano la nostra lingua franca per la comprensione di un’altra proiezione o, addirittura, di un fatto che ci coinvolgeva.

Proprio la dimensione del coinvolgimento ha incarnato la chiave di un’esperienza così irripetibile: coinvolgimento non semplicemente nelle vicende rappresentate in sala, ma soprattutto nella prassi del cinema, nei suoi più minuti retroscena.

I giurati assieme a Paolo Virzì.

Abbandonata l’identità di figli, studenti, diciottenni, eravamo diventati solo una cosa: giurati. Il coinvolgimento è stato una forma di avvicinamento repentino all’età adulta; un essere adulti scevro però di responsabilità insormontabili, una sensazione che piuttosto coincideva con la consapevolezza che il parere di ciascuno avesse un valore determinante per un fine comune.

Certo, il fine comune non è stato raggiunto senza un apporto di fatica mentale e fisica, oltre al piacere intellettuale. Coloro che ci succederanno lo sappiano: questa non è un’esperienza per persone facilmente impressionabili, e nemmeno per amanti dei ritmi lentamente scanditi. Quanto al primo punto, la precisazione è presto fatta: tra omicidi dal sapore pulp, stupri, flagellazioni, innocenti veneficii, drammi familiari con annesse madri snaturate e padri violenti, guerre fin troppo reali, interi popoli straziati dal destino, sarebbe sciocco considerare i film della settantaquattresima Mostra del Cinema poco impegnati o destinati ad ogni genere di pubblico (non a caso, l’ingresso in sala è consentito solo ai maggiorenni).

Proprio grazie a questo caleidoscopio di scenari, è stato appassionante indagare le innumerevoli declinazioni del dramma e donare loro legittimità artistica.

Le giornate, poi, erano convulse: tre o quattro film al giorno, intervallati da due o tre incontri con registi e produttori, rendevano in nostri orizzonti al contempo esaltanti e laboriosi. Le trame dei film si inanellavano a creare un lungo filo rosso, le ore si susseguivano ormai come fotogrammi, i nostri discorsi divenivano sceneggiature su cui riflettere prima di addormentarsi, nella notte del Lido.

Alienante, forse, ma innegabilmente splendido.

A tutto questo pensavo mentre, alla cerimonia di consegna del Premio, sbattevo incredula gli occhi davanti agli scatti dei fotografi, insieme ai miei compagni giurati.

Interviste inattese per i giurati.

A tutto questo penso mentre, scrivendo l’articolo che leggerete, guardo quelle foto dalla prospettiva opposta, sul salvaschermo del computer.

E rivedo chi ha reso possibile ogni cosa, dalla vittoria all’esperienza al Lido: la professoressa Luciana Della Fornace, presidente di Agiscuola; insieme a Giulia Serinelli, la nostra amata coordinatrice, un faro guida sempre pronta ad ammonirci se non rispettavamo gli orari!

Ringrazio, inoltre, le professoresse Alessandra Artusi e Silvia Trevisan, coordinatrici per l’a.s. 2016/2017 del progetto del Leoncino d’Oro per l’IIS Bruno- Franchetti.

Ma ecco anche Andrea, taciturno e riflessivo; Arianna sorella di scrittura; Ayoub e i suoi capelli ribelli; Benedetta e le sue risate; Bianca inseparabile compagna di stanza; Claudio che si butterà in politica dopo l’orazione all’Hotel Excelsior; Eleonora ovvero La Mitezza; Francesco e il suo rap genovese che in realtà è milanese; Franco “il màzzaro” dai calzini rosa; Giulia che osserva acuta il mondo dietro occhiali e timidezza; Giusy dall’entusiasmo e dall’eloquio impagabili; Luigi e lo struggimento romano; Manola e la follia calabrese; Maria la narratrice di storie senza fine; Martina dallo sguardo profondo; Pietro che non può chiamarsi altrimenti se non “il Munshi” (e che cosa voglia dire, lo sappiamo solo noi); Riccardo che non può chiamarsi altrimenti se non “Pisa”; Sara la cantante mai paga di porre domande.

E poi ci sono io, Susanna. Come potrei definirmi? Forse solo felice di essere lì e di poter dire: noi, i ragazzi del Leoncino d’Oro.

Permalink link a questo articolo: http://istitutobrunofranchetti.gov.it/giornalino/archives/7833

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