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Nov 11 2017

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54° PREMIO SETTEMBRINI

di Marco Visentin, III C Classico

Stanze di famiglia, opera vincitrice del 54.mo Premio Settembrini

Quando sale sul palco del Teatro Toniolo, Furio Bordon non sa ancora di aver vinto il Premio Settembrini. Il segreto della giuria ha incoronato vincitore il suo Stanze di famiglia con un plebiscito: 23 voti su 34 presenti. Non lo sa, e forse non ci pensa nemmeno, nel pronunciare il proprio discorso; non elogia il proprio scritto, non parla della propria sensibilità: le sue parole sono tutte per i giovani seduti in platea.

“Leggete”, è l’invito accorato. Leggete, e vivete attraverso i libri altre storie, altre vite; sperimentate il mondo nella finzione, e cadranno i filtri che vi impediscono nella realtà. “Non vedete”, è il sottinteso, “quale regno di eterna bellezza e armonia avete dinanzi, alla vostra portata? Gettatevici famelici!”. Questo è il giusto percorso di crescita, dice: conoscere prima la vita attraverso l’esperienza altrui, per poi, con la propria, saperne cogliere i frutti più maturi.

Parole evocative, con una sfumatura di malinconia: come il suo Stanze di famiglia, il testo vincitore. Un’opera in cui il dialogo tra vivi e defunti apre spiragli, non consueti né banali, sull’interiorità di personaggi fragili, annichiliti dinanzi al gran mistero della morte; pervasa, in alcune sue parti, di una malinconia tanto struggente per ciò che è stato e non sarà più, per la coscienza del poco cammino rimasto dinanzi, da levare il respiro. L’individuo riflessivo non potrà che interrogarsi: vi sono discorsi dallo sguardo volto al passato, mentre il futuro assume i contorni di un sogno indistinto e impossibile; altri sono staffilate dritte al cuore, chiedono conto della vita stessa; altri, infine, sono ricolmi di pietà.

Ricorda forse, in quelle sue parti più struggenti, le ultime opere di Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi su tutte: il sentiero dinanzi allo spettatore si confonde e perde, ma se ne intuisce la brevità. E tuttavia, Bordon esprime questo sentimento con levità e serenità tali da non trasmettere angoscia, ma quieta malinconia.

Quale che sia il giudizio che gli anni ne daranno – ammesso che non sia troppo velocemente dimenticato –, ha ai miei occhi una sfumatura eterna: il confronto dell’uomo non soltanto con la morte, ma con se stesso dinanzi a essa. Impotente, ma non solo, anzi: accompagnato dal conflitto dei ricordi di tutti i sé che concorrono a renderlo uomo.

Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, luglio 1890. Olio su tela, 50,5 x 103 cm. Amsterdam, Rijksmuseum Vincent Van Gogh.

Degli altri due testi, dirò qualche breve parola. Un buon posto dove stare, di Francesca Manfredi, esprime nella sua cupezza un gusto quasi manierista per l’inquietudine; sguardo curioso nelle case altrui, luogo la cui tradizionale sicurezza è infranta, pur nella sua finezza non riesce a liberarsi di una certa freddezza, quasi fosse più una raccolta di ottimi esercizi di stile che di racconti.

Nudità, di Alberto Cristofori, è all’opposto: l’elevatezza non è nello stile, che tenta, con alcune esitazioni, di mantenersi vicino ai personaggi, ma nella materia trattata. Tra le righe, si leggono riferimenti al mito o a topoi letterari ben mimetizzati nello schema generale dei racconti. Ma questo gusto colto e allusivo finisce per essere un limite: le novelle non possono prendere il volo e risultano inverosimili, come se oggetto di una connessione (un poco) forzata di eventi.

Da leggere tutti e tre? Stanze di famiglia, assolutamente. Per gli altri, lasciamo ai nostri lettori libertà di coscienza.

Permalink link a questo articolo: http://istitutobrunofranchetti.gov.it/giornalino/archives/7849

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