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Dic 01 2017

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VAN GOGH MANIA

di Athina Saraji, II A Classico

Loving Vincent”, “Van Gogh: The Life”, “Van Gogh Experience”: film d’animazione, biografie, mostre mutlimediali… nel mondo della cultura pare essersi diffusa una vera e propria “Van Gogh Mania”. In questa frenesia di ricostruzione della personalità di un pittore così tormentato e ‘popolare’ non poteva mancare Marco Goldin, da molti tanto disprezzato quanto da altri apprezzato per aver saputo creare con la sua fondazione, Linea d’Ombra, “il business dell’organizzazione di mostre”; ed eccolo quindi cogliere l’occasione per riproporre, dopo più di sessant’anni dall’ultima, una mostra italiana su Vincent Van Gogh.

Correva difatti il 1952 quando parte del patrimonio del Kröller-Müller Museum di Otterlo, in Olanda, fece una gita nel Bel Paese, fermandosi al Palazzo Reale di Milano. Ed ora – dal 7 ottobre 2017 all’8 aprile 2018 – abbiamo la possibilità di ammirare centoventinove opere alla Basilica Palladiana di Vicenza.

In cosa differisce l’odierna mostra vicentina da quella milanese? Innanzitutto, nella divisione tra dipinti e disegni: se nel 1952 furono in netta maggioranza i dipinti, a Vicenza possiamo ammirare 86 disegni, oltre a 43 dipinti.

Il progetto della mostra, intitolata “Van Gogh tra il grano e il cielo”, vuole essere una sorta di linea del tempo, che, partendo da disegni e tele degli inizi (si risale al 1879), illustri l’evoluzione dell’artista nei suoi dieci anni d’azione, attraverso le opere a cui Van Gogh fece riferimento – si tratta di lavori di Jozef Israëls, Jean-François Millet, Jacob Maris, Anthon van Rappard e Matthijs Maris– alternate a pannelli, su cui sono riportate sia le lettere dell’artista al fratello Theo sia spiegazioni redatte da Goldin stesso.

Sorvolando sulla scelta dei pannelli scuri in un ambiente dalla luce soffusa, cosa che rende alquanto scomoda la lettura, paiono mancare nelle spiegazioni i riferimenti alle opere – letterarie soprattutto – che spesso l’artista cita nelle sue lettere (facciamo i nomi di Michelet, Charles Blanc, etc.), e che hanno segnato la sua produzione, mentre si è lasciato un più ampio spazio all’“anima” del pittore.

«L’intenzione – afferma Goldin – non è quella di isolare e commentare in modo catalogatorio i grandi temi che emergono dalle lettere e dalle opere (che pure sono importanti per comprendere la poetica e le motivazioni delle scelte artistiche) quanto piuttosto quella di porsi da una diversa prospettiva, quella dell’anima».

L’evoluzione di Van Gogh è in ogni caso evidente dalle opere esposte: le prime, dipinte nel Borinage in Belgio (1880), appartengono ai suoi esordi; le ultime, al periodo di permanenza ad Auvers-sur-Oise, dove l’artista morì nel 1890.

Il tutto si conclude poi con un plastico di venti metri quadri che riproduce la clinica di Saint-Paul-de-Mausole, dove l’artista fu ricoverato per un periodo della propria vita, e un docu-film realizzato, anch’esso, dall’organizzatore-imprenditore Goldin.

È questa conclusione la parte forse maggiormente criticata, e discutibile, della mostra. Io stessa devo ammettere che, quando la visitai – estremamente elettrizzata e totalmente in preda alla Van Gogh Mania –, rimasi perplessa.

Nonostante la pioggia di critiche positive e negative (forse proiezione delle opinioni sull’organizzatore?), il 22 Novembre, quarantasettesimo giorno dall’apertura, la mostra ha superato quota 100.000 visitatori: con il kit completo di catalogo, docu-film e con il libro Canto dolente d’amore (l’ultimo giorno di Van Gogh), il vicesindaco di Vicenza, Jacopo Bulgarini d’Elci, ha onorato la visitatrice numero centomila.

Vincent van Gogh, Covone sotto un cielo nuvoloso (1890; olio su tela, 63,3 x 53 cm; Otterlo, Kröller-Müller Museum)

Vincent van Gogh, Il ponte di Langlois ad Arles (1888; olio su tela, 49,5 x 64,5 cm; Colonia, Wallraf-Richartz-Museum & Fondation Corboud)

Permalink link a questo articolo: http://istitutobrunofranchetti.gov.it/giornalino/archives/7926

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