IDEA DI ARCHITETTURA: INTERVISTA ALL’ARCHITETTO SABRINA DOGÀ

Marco Visentin/ gennaio 18, 2018/ Agorà, Focus

di Pietro Ferrazzi, V A Scientifico

In questo tardo pomeriggio di inizio dicembre riflettevo su cosa sarebbe emerso dall’intervista all’architetto Sabrina Dogà di Mestre. Non ero certo arrivato ad immaginare di ascoltare una lettura così generalizzata e disillusa del mercato del lavoro – inteso come mercato di opportunità di vita professionale e personale. Di fronte all’organizzazione tanto chiara della mia interlocutrice, ho lasciato da parte la struttura che avevo deciso di seguire, e ho lasciato che il discorso seguisse la sua piega naturale.

Sabrina Dogà si è laureata alla fine degli anni ottanta in Architettura a Venezia con il chiodo di diventare libero professionista. Sogno esaudito con successo negli anni successivi…

“Da sempre il mio desiderio era stato quello di lavorare sulla “composizione” ed entrare nel mondo dell’architettura. Così, nel 1999 ho aperto l’attuale sede, dove ora lavoriamo in due. Siamo uno studio piccolo, ma faccio ciò che mi piace. In particolare, in questi anni ci occupiamo di risanamento energetico, sviluppando il patrimonio edilizio esistente, per evitare le costruzioni ex novo. Ultimamente, anche di creazione di oggetti d’arte in serie limitata, con alcuni artisti veneti, in particolare di borse.”

Parliamo di oggi: come si presenta questo tipo di lavoro ad un giovane?

“È una bella questione: il mercato odierno si caratterizza per un’alta domanda di prestazioni lavorative da parte dei professionisti e una bassa offerta da parte dei committenti. E così si gioca al ribasso: i giovani neolaureati, disposti a tutto pur di lavorare e fare curriculum, propongono prestazioni a condizioni che non tengono conto dei diritti. Parliamo di persone disposte a lavorare per cinque euro all’ora. Ma il discorso è più ampio, si allarga a livello sociale. Molti hanno fatto i furbi, per pagare meno e guadagnare di più e, per questo, ora pare normale trattare il lavoratore come un numero, senza attribuirne il valore umano. Ma non funziona così.”

In che modo è accaduto ciò?

“I vecchi periodi di “apprendistato”, tramite i quali si sapeva di dover passare per poi raggiungere la libera professione, oggi sono diventati lunghissimi: prima si parlava di due, massimo tre anni. Adesso paiono non finire mai. Un tale appiattimento della dignità del lavoro non si era mai verificato nel nostro paese per quanto riguarda i mestieri di, per così dire, “capacità intellettuali”, dove non si ha produzione immediata di un bene materiale. Credo si possa parlare di una vera e propria svalutazione.”

Questione che si inserisce in un tessuto sociale complessivo scarso proprio dal punto di vista “umano” …

Intravede una via d’uscita?

“È complicato, e si torna sempre al tema umano, è vero. Al giorno d’oggi non basta il foglio di carta che attesta una laurea; bisogna investire nei rapporti personali: il rispetto, l’impegno, l’affidabilità sono aspetti troppo, troppo sottovalutati. Certo, senza competenza non si va da nessuna parte, e la conoscenza della materia, la capacità di renderla propria, sono il solo modo di far bene le cose. Ma non bastano: servono serietà, correttezza, etica, anche, e soprattutto, nel lavoro. E poi, saper dire dei no di fronte alle condizioni inaccettabili.
La libera professione ti dà la possibilità di spaziare tra molti ambiti diversi, una libertà unica, ma va gestita nel modo corretto.”

Pensa che l’alternanza scuola-lavoro possa entrare in questo ragionamento?

“Certo che sì, a condizione che sia un’opportunità per comprendere cosa siano la dignità e la fatica del lavoro; quando si viene inseriti in situazioni che abbiano qualcosa da dire, che siano esperienza vissuta. In questo senso, ha anche valore fare i “garzoni di bottega” -fotocopiatori-, a patto che non sia una “punizione”, ma un’occasione di respirare un’aria sana.”

Un consiglio per i ragazzi che avessero in mente di intraprendere la carriera di libero professionisti?

“Studiate, fatevi valere, non fatevi mettere i piedi in testa. Tutto con umiltà, ma mai arrendevoli.”