CLASSICI CONTRO, TRA MITO E RETORICA DELLA GUERRA

Leonardo Carniato/ gennaio 18, 2018/ Agorà, Focus

Di Susanna Scagliotti – III A Classico

Di recente pubblicazione, l’antologia L’antichità classica e il Corriere della Sera (1876-1945) raccoglie un vasto numero di contributi di giornalisti del quotidiano milanese circa il mondo classico e il suo rapporto con la modernità. Molta della documentazione solleva dubbi inevitabili, in tempi di damnatio memoriae ai danni della radice classica della nostra cultura. Come si conciliava, ad esempio, lo studio dell’antico con la realtà fascista? Il mito e la retorica delle due guerre mondiali si collocano in antitesi o in conformità rispetto all’imperialismo greco-romano? Può la frase, di orwelliana memoria, “Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato” essere applicata anche al campo degli studi classici?

Nell’ambito della rassegna Teatri di guerra 2017, a cura del progetto “Classici Contro”, lo scorso 22 novembre, all’Auditorium Santa Margherita di Venezia, i professori Mario Isnenghi, Giorgio Ieranò, Luigi Spina ed Elena Fabbro hanno avuto occasione di confronto su questi interrogativi. Preceduti dall’esibizione del coro del nostro Istituto, e accompagnati dalle letture degli studenti dei licei del territorio, gli interventi degli accademici hanno sottolineato quanto l’antico abbia costituito, nel periodo tra le due guerre, un rigoroso «termometro», come lo definisce Luciano Canfora, dei rivolgimenti culturali e politici in Italia.

Se sono tristemente famosi i tentativi fascisti di consolidamento di un mito della vittoria accanto a quello della nazione, di una nuova Roma dopo quella imperiale (nel 1940 Mussolini stesso accostò la guerra alla Grecia alla terza guerra punica, vagheggiando la distruzione della nuova Cartagine), meno nota è invece la solerzia di alcuni giornalisti, dotti in antichità classiche e vicini al regime. E così, Mario Isnenghi ha presentato il profilo di personaggi come Emilio Bodrero, filosofo e firma del Corriere, il quale, sulla scia di Tito Livio, pensava ad una storiografia dalla valenza eminentemente politica, perché «bisogna che gli Italiani imparino a coltivare il mito di loro stessi»; o ancora Aldo Valori che nel 1938, appena promulgate le leggi razziali, decantava la distruzione del tempio di Gerusalemme del 70 d.C. Per non parlare, poi, dell’insigne grecista di Bologna Goffredo Coppola, che paragonò gli Ateniesi di Pericle – di cui parla Tucidide – agli italiani di Mussolini, uniti da una democrazia solo formale e da nobili velleità imperialistiche. Tale era la veemenza coppoliana che il 9 marzo 1945, a due passi dalla sconfitta definitiva, costui scriveva: «Noi non abbiamo mai disperato, fin da quando i pretoriani hanno venduto l’impero italiano». Verrà fucilato un mese dopo.

In un’analoga ottica di demistificazione culturale, Giorgio Ieranò ha osservato che la celebrata “etica eroica” dei guerrieri dei poemi omerici potrebbe essere il risultato di un’operazione di ricostruzione a posteriori, risalente forse già al mondo delle πόλεις. La necessità di creare dei miti di esaltazione della virtù bellica impedì, secondo Ieranò, di percepire l’ambiguità di alcuni archetipi guerrieri. Leggiamo, nell’Odissea, che Achille preferirebbe essere vivo e servo, piuttosto che morto e ammantato del tanto esaltato κλέος; nell’Iliade, Priamo si oppone nettamente a quella che sarà la retorica delle madri spartane («Torna con lo scudo o sopra di esso») dissuadendo il figlio Ettore dall’affrontare Achille; perfino Zeus mostra di detestare Ares perché ama solo conflitti e battaglie. Viene da pensare, dunque, a un detto di Pindaro sottoscritto da Erasmo da Rotterdam: dulce bello inexperti la guerra è dolce (solo) per chi non ne ha esperienza.

Ma come può il beato inexpertus accostarsi all’universo bellico? La risposta di Luigi Spina è la seguente: grazie alla (o per colpa della) retorica. Come insegna il grecista Laurent Pernot, la guerra impone una propria retorica, autodefinendosi di volta in volta giusta, umanitaria, grande, santa. Al contempo, questo mélange di discorso epidittico, politico e giudiziario genera degli schieramenti anche ideali: si ha pertanto la retorica sulla guerra, un coro di opinioni dissonanti o favorevoli ad essa.

L’incontro – o lo scontro – di idee è combattuto, nel caso della città greca, anche in ambito teatrale. Non a caso Elena Fabbro ha fatto riferimento alle cosiddette commedie “pacifiste” di Aristofane (Acarnesi, Pace e Lisistrata), precisando che l’antitesi tra pace e guerra era, per l’autore, un’occasione per analizzare la natura umana, spesso irretita da facili utopie create per esorcizzare lo spettro del conflitto.

Gian Antonio Stella, lo scorso 14 dicembre, su Sette, il supplemento del Corriere della Sera, ha scritto: Ministra Fedeli, che ne dice: torniamo a studiare la Storia?. L’articolo, a cui ha peraltro fatto seguito una lettera di risposta della Ministra stessa, denuncia la scarsa preparazione dei nostri giovani – e, purtroppo, anche dei meno giovani – circa le vicende della storia contemporanea.

Quello di Stella è un appello sdegnato, condivisibile, ma forse destinato a rimanere inascoltato, se si persiste nel tollerare domande come: “Hitler chi?”; inascoltato come l’appello di chi si propone di indagare sull’antico, oltre che sulla storia recente, senza ricadere nell’arretratezza di certi classicisti fascisti ben descritta nella conferenza di Classici Contro, rendendo invece la classicità modello di comprensione dell’oggi e baluardo culturale contro il fiorire dell’informazione scriteriata.

L’antichità classica e il Corriere della Sera (1876-1945), a cura di M. Marvulli, Fondazione Corriere della Sera, XXXIII-2007, 2017.

Share this Post