IL PAESE DELLE BETULLE

Marco Visentin/ febbraio 19, 2018/ Dimensione Arte

di Giovanna de Sabbata, ex alunna del Liceo Franchetti

«A lungo, a lungo, – fin dall’infanzia, fin da quando ho ricordo di me stessa, – mi è sembrato di voler essere amata.

Adesso io so che non mi serve l’amore, mi serve la comprensione. E quello che Voi chiamate amore (gelosia, sacrificio) tenetelo in serbo per gli altri…

Io posso amare sola la persona che in una giornata di primavera a me preferirà una betulla.

Non dimenticherò mai come mi abbia fatto infuriare, questa primavera, un poeta, una creatura incantevole, che, camminando insieme con me per il Cremlino, senza guardare la Moscova e le cattedrali, mi parlava incessantemente di me. Io gli ho detto: “Come potete non capire che il cielo è mille volte più grande di me, come potete pensare che in una simile gionata io possa pensare al vostro amore. Io voglio invece leggerezza, libertà, comprensione- non trattenere nessuno, e che nessuno mi trattenga. Tutta la mia vita è una storia d’amore con la mia anima, con la città in cui vivo, con l’albero al bordo della strada, -con l’aria.

E sono infinitamente felice.»

[Marina Cvetaeva]

            Vivo in un paese di montagna senza betulle. Quando andavo al Franchetti, di betulle ne vedevo poche. In Russia invece era pieno. La tenuta di Tolstoj a Tula è una distesa di betulle, e le betulle costellano l’immaginario russo: Marina Cvetaeva raccontava in una lettera personale di poter amare solo chi, in un giorno d’estate, a lei preferisse una betulla; Osip Mandel’štam contemplava in una sua poesia il ghirigoro dei rami di betulla sullo smalto azzurro di un cielo d’aprile.

            A San Pietroburgo, in una bella giornata d’aprile, mi sono messa anche io a osservare i rami di betulla stagliati sul cielo: un disegno nitido. Non poteva esserlo altrettanto un mese prima: in marzo il cielo non è uno smalto azzurro; non poteva esserlo un mese dopo, quando le betulle mettono le foglie, e la nitidezza dei rami sfuma. La poesia di Mandel’štam mi ha insegnato che la letteratura è il luogo dell’esattezza: se c’è scritto “aprile”, non è per caso. Ho deciso, allora, che la letteratura sarebbe stata la mia guida più affidabile nell’universo russo: ho visto gli Stagni del Patriarca a Mosca con gli occhi di Bulgakov, ho iniziato a capire la storia di un intero paese attraverso l’ironia di Dovlatov, ho attraversato la Sennaja con in mente il turbamento di Raskol’nikov.

            Ho usato la letteratura per entrare più a fondo nella realtà, e cerco di farlo anche in questo nuovo mondo pieno di abeti, lontana dalle betulle che me l’hanno insegnato.

… e se vi ho incuriosito…

Poesia di Mandel’štam: O. Mandel’štam, “Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009 (a cura di R. Faccani; resta la più completa in italiano).

Gli stagni del Patriarca a Mosca sono l’ambientazione dei primi capitoli del “Maestro e Margherita” di Bulgakov.

L’ironia di Dovlatov (correlata alle vicende sovietiche) in “La marcia dei solitari”; bello anche “Noialtri”, che racconta la vita in Russia della sua famiglia per metà ebrea e per metà caucasica (editi entrambi da Sellerio e tradotti da L. Salmon).

Per Raskol’nikov mi riferisco in generale a “Delitto e castigo”. La Sennaja è la piazza di Pietroburgo nei dintorni della quale Dostoevskij aveva immaginato che vivesse Raskol’nikov.

La lettera della Cvetaeva si trova in “Il paese dell’anima”, Adelphi, a cura di S. Vitale.