ELEZIONI 2018: INTERVISTA A NICOLA PELLICANI

Marco Visentin/ marzo 2, 2018/ Accade da noi, Campo lungo, Il nostro angolo

di Marco Visentin, III C Classico

/1 Questa è la prima di tre interviste ai candidati alla Camera dei Deputati nel collegio di Venezia. Oltre a Nicola Pellicani, candidato per il centrosinistra, abbiamo intervistato Enrico Schenato (Movimento 5 Stelle) e Michele Mognato (Liberi e Uguali), mentre Giorgia Andreuzza (centrodestra) ha ritirato la propria disponibilità.

È la penultima settimana di campagna elettorale e il ritmo della macchina propagandistica è febbrile. Incontro Nicola Pellicani, candidato del centrosinistra alla Camera dei Deputati nel collegio di Venezia, al termine dell’evento di presentazione dei candidati del Partito Democratico al Teatro Momo, in presenza del Ministro dell’Interno Marco Minniti.

Siamo un pubblico giovanissimo. Un pubblico molto sottorappresentato in questa sala: ho visto quattro, forse cinque giovani. L’orario (le 16) è complice, ma in generale…

Sto registrando, in tutti gli incontri che faccio, che i giovani sono purtroppo tra i grandi assenti di questa campagna elettorale, e io ne sono molto preoccupato, perché credo che i giovani rappresentino la nostra principale risorsa per il futuro. Soprattutto, mi auguro che lo stesso vadano a votare, e che il loro sia un voto consapevole. Perché per votare in modo consapevole – mi riferisco in particolare a chi vota per la prima volta – bisogna essere informati; e non vedere nessuno, nei giri che faccio in lungo e in largo per la città, mi delude e soprattutto mi preoccupa.

Forse i giovani pensano che la politica non abbia più niente da dire loro, che ci sia un’incomunicabilità: che il mondo politico sia un mondo “per vecchi”, che non ha a cuore gli interessi dei giovani. Che cos’ha da dire la politica a chi andrà a votare per la prima volta?

Capisco il clima di sfiducia che si respira, e il discredito della politica in questi anni, ma è la politica a determinare le scelte, a interessare tutti noi e quindi anche i giovani. Chi si disinteressa della politica sbaglia, perché così facendo dimostra scarso interesse per il proprio futuro e anche per il proprio presente. Credo che, però, con i giovani ci sia prima di tutto un problema di linguaggio: noi non siamo nella loro lunghezza d’onda, ed è un problema. Non è solamente un fatto di social, di mezzi di comunicazione: è proprio una questione di “grammatica”, e questo è un fatto grave.

Dopodiché, credo che i giovani siano tra le fasce più deboli di questa società, e che vadano tutelati. La prima questione a cui penso è il lavoro. Io, che sono un candidato di collegio – questa è la parte buona della legge elettorale, perché consente agli elettori di scegliere una persona radicata nel territorio e che conosce i problemi della città –, se sarò eletto parlamentare dovrò farmi carico anche dei problemi generali del Paese, e al primo posto c’è il lavoro.

Proprio di lavoro volevo parlare.

Ci sono due questioni. Per prima cosa, dobbiamo prendere atto che il mercato del lavoro, non da oggi, ma ormai da qualche tempo, è completamente cambiato rispetto al passato. Non dipende dal governo italiano, ma dalla società, che si è trasformata nel suo DNA: sono cambiati i lavori, e sono cambiati i tempi dei lavori. Difficilmente accadrà come è capitato alla mia generazione, che, una delle ultime, ha cominciato un lavoro da giovane e lo porta avanti fino all’età della pensione: saranno pochissimi ad avere questa prospettiva, e forse non è neanche un male. La flessibilità e l’opportunità di cambiare lavoro nel corso della vita non sono negative, ma bisogna prima di tutto che questi elementi ci siano davvero.

Seconda cosa è il fatto che comunque, preso atto di questo, ci sono due questioni che non vanno perse di vista e sulle quali bisogna impegnarsi a fondo: garantire i diritti, della persona e del lavoratore, e le garanzie.

E proprio su questo vi si accusa pesantemente. I governi a targa PD non hanno ridotto i diritti dei lavoratori, favorendo, alla fine, il precariato e lo sfruttamento?

Si è detto che sul fronte dei diritti e delle garanzie i governi PD hanno “lasciato”. Io credo che questi temi vadano ripresi al più presto, per rispettare appieno l’articolo 36 della Costituzione, che dice che la dignità della persona è al centro del lavoro.

Oltre al lavoro, poi, uno dei temi centrali su cui si gioca questa campagna è la sicurezza – ne ha appena parlato anche il Ministro Minniti –, con un forte binomio sicurezza-immigrazione, almeno nella percezione di molti elettori. È uno dei temi più delicati, su cui si “gioca” anche di più a estremizzare le proprie posizioni.

Come ha detto oggi il Ministro, parlano i fatti, le azioni concrete del Governo. Certo, resta molto da fare, perché c’è un clima di grande paura; e la paura, che è diffusa non solo nella nostra città, ma nel Paese, è un sentimento pericoloso. Su questo bisogna lavorare ancora: da un lato sul fronte della repressione e del controllo del territorio; dall’altro, però, se vogliamo garantire la sicurezza, dobbiamo investire in altri due elementi. Il primo è la rigenerazione urbana, la riqualificazione: bisogna rendere vive le nostre città, che invece si stanno impoverendo di attività commerciali e di residenze, con immobili che vanno riqualificati. Le città vanno rigenerate sotto il profilo economico – il commercio – e sotto il profilo dell’edilizia, ma anche, ed ecco il secondo elemento, con la promozione di eventi che diano delle ragioni alle persone per occupare il suolo pubblico e riappropriarsi delle piazze. Pensiamo al Parco della Bissuola, a Mestre: non lo possiamo blindare, dobbiamo rianimarlo, se vogliamo renderlo più sicuro.

Ecco, queste sono le cose su cui si deve lavorare: tanta strada resta da fare, ma tanto è stato fatto. E quanto ai fatti, io ricordo che con il passato governo, nel 2009, noi avevamo le forze dell’ordine in piazza con le macchine senza benzina, il blocco del turn-over – e quindi non assumevano più nessuno – e il blocco dei contratti. Adesso queste cose sono state sbloccate. Non è abbastanza? Probabilmente non lo è, e parlo sul fronte del controllo del territorio e della repressione. Poi c’è un’altra questione, e riguarda la giustizia: so che non è semplice, ma bisogna avere certezza della pena e tempi più rapidi.

Il professor Perotti, già consigliere economico della Presidenza del Consiglio riguardo alla spending review, ha scritto una serie di articoli su Repubblica in cui analizza le proposte dei partiti dal punto di vista economico. Ne emerge che il programma del Partito Democratico costerebbe 56 miliardi. A onore del PD, Perotti giudica le proposte economiche delle altre forze politiche ancora più fantascientifiche, ma la questione rimane…

Io non faccio promesse, di nessun tipo. Credo, però, che in questa campagna elettorale si faccia a gara a chi la spara più grossa, soprattutto tra centrodestra e Movimento 5 Stelle: pensiamo solamente alla flat tax, con Berlusconi che vuole fare una fascia unica di imposte al 23%, la Lega addirittura al 15; calcoliamo che comunque bisogna recuperare 60-70 miliardi. Come si recuperano? Lo so io: o aumentando il debito pubblico, o tagliando le pensioni e i servizi ai cittadini. Non solo: alla fine, a beneficiarne sarebbe solo il 5% dei più ricchi.

Il Partito Democratico fa delle proposte, invece, fattibili nell’arco di una legislatura; dopodiché, certo, non è mai abbastanza, e non si riuscirà a fare tutto di quello che ci si prefigge, ma questi cinque anni passati dimostrano come il PD abbia messo in atto tutta una serie di azioni politiche che hanno comunque consentito al Paese di stare meglio rispetto a prima. Dopo questi cinque anni in cui, tra l’altro, il centrosinistra, che nel 2013 non aveva vinto le elezioni, ha governato con maggioranze molto fragili, i governi a trazione PD ci restituiscono un Paese migliore di come l’avevamo trovato. Un Paese che riprende fiato, con l’economia che riparte. Certo, restano migliaia di problemi da risolvere.

Continuerà, quindi, il cammino dei governi Renzi e Gentiloni.

Mi auguro di sì, o finiremo per tornare indietro.

Un’ultima cosa: noi siamo la generazione dei social e dei nuovi mezzi di comunicazione. Se eletto, come manterrà il “contatto”?

Questo fa parte del mio modo di agire in politica, sin da quando, pochi anni fa, ho iniziato. La concepisco solamente così: come passione e come un patrimonio che io metto a disposizione di tutti; ricco o meno ricco, questa è la cifra del mio impegno.

Al centro c’è la città: io vado a Roma a interpretare al meglio il nostro territorio, facendomi carico anche, ovviamente, dei problemi del Paese, a partire da quello del lavoro. Il dialogo e il confronto continuo con i cittadini sono fondamentali, per un politico. Bisogna tornare a una politica che si basa sulla passione; povera, che pensa solo a risolvere i problemi dei cittadini, e non alla carriera. Un servizio al cittadino.

Per trent’anni di lavoro sono stato dalla parte di chi faceva le domande: ora mi metto dalla parte di chi cerca di dare le risposte.

Pellicani in Consiglio Metropolitano, dove siede dal 2015

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