ELEZIONI 2018: INTERVISTA A ENRICO SCHENATO

Emilio Dalla Torre/ marzo 2, 2018/ Accade da noi, Campo lungo

di Emilio Dalla Torre, I C Classico

/2 Questa è la terza di tre interviste ai candidati alla Camera dei Deputati nel collegio di Venezia. Oltre a Enrico Schenato, candidato con il Movimento 5 Stelle, abbiamo intervistato Nicola Pellicani (centrosinistra) e Michele Mognato (Liberi e Uguali), mentre Giorgia Andreuzza (centrodestra) ha ritirato la propria disponibilità.

Il giorno delle elezioni si avvicina, e il nostro Giornalino vi vuole poter dare un’idea precisa delle proposte di ogni candidato. Intervisto telefonicamente Enrico Schenato, candidato del Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati nel collegio uninominale di Venezia.

Inizio col chiederle della scuola. Il tema che più mi riguarda da vicino, e più mi sta a cuore. Nel programma del Movimento ho letto che uno dei punti più importanti è la cancellazione della “Buona Scuola”…

Sappiamo come la scuola sia un primo banco di prova per gli studenti, e il programma del nostro movimento si pone contrario alla legge sulla Buona Scuola. Questa riforma tocca lo studente in maniera marginale, ma non gli è certo indifferente. La riteniamo una cattiva riforma: aziendalizza le scuole, e a questo non possiamo essere favorevoli. La scuola, per noi, è pubblica, democratica e plurale.

Non è forse un’idea troppo utopistica? Abbiamo sempre studiato convivendo con la nozione che i fondi destinati all’educazione fossero scarsi…

Non è un’idea utopistica: si tratta di capire che in Italia i soldi ci sono; solamente, sono subordinati alla volontà politica. Bisognerebbe aumentare su scuola, università, formazione e ricerca, tutti gli ambiti in cui gli scorsi governi hanno teso ad investire molto poco, sempre meno. Questo perché, di fondo, c’è la volontà di creare un modello scolastico funzionale non tanto alla cultura, ma piuttosto alla formazione di giovani lavoratori. La scuola non è un’azienda, non si può gestire come un’azienda! Renzi ha sicuramente dato il colpo di grazia, con la sua riforma (che non fu altro che completamento della riforma Gelmini), dando troppo potere al Preside e non rendendo gli studenti protagonisti della loro vita scolastica. Un modello di scuola funzionale nel tempo è stato il modello finlandese, al quale ci ispireremo per modellare la nostra riforma della scuola. Se si vuole costruire bene i cittadini del domani, bisogna poter procedere verso innovazioni come i libri digitali, i sistemi informatici e soprattutto cercare un’interazione studente-docente. La parte più difficile è capire dove si vuole investire per ottenere il meglio dello Stato.

Questo, infatti, è tema molto dibattuto: secondo alcuni, sarebbe importante investire sulla sicurezza, sulle forze dell’ordine…

La sicurezza, secondo noi, dovrebbe essere integrata: ogni cittadino, non sostituendosi allo Stato nella difesa della popolazione chiaramente, deve contribuire al miglioramento dell’attività di segnalazione di qualsiasi situazione di non legalità. Obiettivo è la costituzione di una cittadinanza attiva e capace di comprendere l’importanza dell’intervento di segnalazione. È importante allocare più risorse ad implementare le forze dell’ordine, ma i cittadini devono certamente collaborare molto. È tassativo, però, evitare di cadere nel tranello della militarizzazione della vita pubblica. Ciò lede agli spazi di libertà dei cittadini, e potrebbe sfociare in una situazione simile a quella degli “anni di piombo”.

Enrico Schenato

Potrebbe essere un paragone azzardato, ma una strategia simile a quella di Roosevelt in ambito di grandi opere pubbliche, in questo caso in forma di assunzioni di tutori della legge, potrebbe forse risanare l’economia italiana?

Il vero problema è l’intervento pubblico nell’economia. Noi certamente viviamo in una fase di crisi economica e la lettura di questo va inquadrata in una crisi del modello capitalistico tradizionale in cui stiamo vivendo. In questo momento ci si trova a dover rispondere con una logica aggressiva all’idea che abbiamo sempre avuto di rapporti Stato-economia. Siamo sempre vissuti con questo modello economico capitalistico, caratterizzato da grandissime spese per combattere il comunismo, e questo assetto sta presentando il conto… La strategia che proponiamo per avversare questo fenomeno è quella di un massivo intervento pubblico dell’economia.

Nella pratica, come vedrebbe questo intervento?

Nel programma del Movimento ci sono 50 miliardi di euro di investimenti strategici in settori ad alto moltiplicatore. Si tratta di settori economici che hanno una potenzialità di crescita abbondante nei prossimi venti anni, in buona parte energie rinnovabili. A Mestre, Venezia, Marghera, c’è un’ottima possibilità di innovazione per le energie rinnovabili, potrebbe produrre nell’arco di cinque anni fino a duecentomila posti di lavoro, se fosse possibile iniziare un investimento a lungo termine. Sembra folle poter accostare Venezia, patrimonio dell’UNESCO, alla vicinissima Porto Marghera, con i suoi rifiuti tossici e le sue centrali a carbone.

Venezia è stata da sempre luogo di scambi fra le culture, un porto sicuro per intellettuali, artisti, eretici… Come vede il tema dell’immigrazione?

Per prima cosa, è opportuno mettere fine al business dell’immigrazione: azzerare i traffici degli scafisti, e soprattutto gestire in modo più trasparente i fondi dati alle cooperative. Un esempio è quello dei 35€ al giorno: questi vanno alle cooperative, che li utilizzano a discrezione per gestire le spese di un migrante. Basti pensare alle frasi di Salvatore Butti, che disse che era più redditizio investire nel business dell’immigrazione che non sugli appalti (la droga, ndr). Bisogna modificare i regolamenti di Dublino voluti da Lega e FI, 2004 (2003, ndr) e riapprovati in commissione europea nel 2017 (cfr. Wikipedia). Questi, in sostanza, dicono che i migranti che sbarcano in Italia qui debbano rimanere, se sprovvisti di documenti necessari alla partenza per altri porti, anche contro la loro volontà. Noi, invece, auspichiamo un’equa redistribuzione dei migranti fra i vari Stati UE, sulla base del reddito e del PIL e dello Stato. Cerchiamo anche accordi anche con le autorità dei Paesi di provenienza e con le agenzie europee per favorire i rimpatri. Servono le condizioni per non dover più emigrare.

Ha appena citato l’Europa… È ormai argomento dibattuto: chi mira ad una uscita dell’Italia, chi mira a degli Stati Uniti d’Europa, chi vorrebbe riformarla… Che ne pensa?

In questo momento è semplice criticarla. È un capro espiatorio, contro al quale si può giocare a freccette. Com’è oggi congegnata, l’Europa di certo non va bene. Va armonizzata sotto una serie di profili, dato che era nata bene, ma ora è un’istituzione puramente monetaria e bancocentrica. L’Europa andrebbe modificata sotto molti punti: è tassativo superare lo stallo in cui ci troviamo. Le grandi proteste che sentiamo sono montate perché l’Europa, con le sue politiche di austerità e rigore, sembra non dare respiro all’Italia. Esistono Paesi dell’area sud-europea che continuano ad essere subalterni di decisioni politiche di cui non sono partecipi. Basti pensare al TCP e alla CETA che sono stati fatti passando sopra le nostre teste. È doveroso riprendere un po’ di sovranità, certo però, non uscendo dall’Euro. Oggi, per l’Italia, sarebbe una catastrofe: si rischierebbe un protezionismo che porterebbe a dimezzare il valore del denaro. L’obiettivo è un’Europa dei cittadini, dove protagonisti sono piccole imprese e studenti.