THE STARTUP: STORIA DI UN SELF-MADE MAN

admin/ marzo 16, 2018/ Dimensione Arte, Recensioni

di Margherita Castellaro, IIICcl.

Matteo Achilli (Andrea Arcangeli) è un diciannovenne della periferia romana che, appena dato l’esame di maturità, non sa se rimanere a studiare nella propria città natale o se tentare la sorte nella prestigiosa università Bocconi di Milano. Proprio in questo difficile periodo di scelte, Matteo vive una serie di vicissitudini personali, tra cui il licenziamento del padre e l’ingiusta esclusione dagli europei di nuoto, che lo porteranno a concepire l’idea di egomnia, un social network in cui persone prive di lavoro e aziende alla ricerca di dipendenti sono valutate in base al proprio merito. L’obiettivo di Achilli è dunque quello di creare una meritocrazia virtuale, all’interno della quale le aziende possano scegliere i propri lavoratori basandosi esclusivamente sulla loro competenza e non favorendo i così detti “raccomandati”. I genitori di Matteo, nonostante la problematica situazione economica, finanziano non solo il progetto del figlio ma anche i suoi studi a Milano.

Il film, tratto da una storia vera, è incentrato sul successo e la ricchezza e su come questi beni caduchi possano far perdere di vista a chi li possiede i veri valori, in questo caso rappresentati dalla fidanzata del liceo Emma, grande amore di Matteo, e dall’amico Giuseppe, massimo sostenitore e collaboratore nella progettazione di egomnia. Gli eccessi portati dal potere e la rovina che possono causare sono tematiche affrontate in innumerevoli film anglo-americani come il noto film di Scorsese The wolf of Wall street o il meno conosciuto Posh (titolo in lingua originale: The riot club).

The startup tende infatti a rimanere sulla falsa riga dei film americani incentrati sulla figura del “self-made man”, personaggio molto caro al cinema statunitense. Il regista Alessandro D’Alatri, nel tentativo di dimostrare che Achilli non ha niente da invidiare a questi homini novi americani, perde di vista quella che è l’originalità, conformando il proprio lavoro ai canoni hollywoodiani in cui un protagonista, tra alti e bassi, scala la vetta del successo per poi perdere di vista il punto di partenza, cui ritorna alla termine del proprio percorso di formazione e riscatto.

Film italiani all’apparenza meno impegnati come Scusate se esisto! e L’intrepido, che trattano temi analoghi a quelli presenti in the startup, come l’uso ormai diffuso di assumere conoscenti e familiari, mostrano invece con leggerezza una visione del mondo del lavoro completamente originale che, più che ad un riscatto completo di un successful self-made man, guarda a chi può contare esclusivamente sui propri mezzi, riuscendo comunque a mantenere degli ideali saldi e a rendere significativa la vita di tutti i giorni.

Guardando the startup è inoltre inevitabile associarlo al film di David Fincher the social network, non solo per le tematiche affrontate, ma anche per il fatto che Achilli stesso sia stato definito in una rivista “lo Zuckerberg italiano”. Curioso che il Matteo Achilli persona reale e non personaggio cinematografico sia stato associato, ancor prima dell’uscita della pellicola, ad un equivalente statunitense. Questo film riflette dunque un ormai radicato complesso di inferiorità dell’Italia come di altri paesi, rispetto agli USA, che spinge ad un’inconscia venerazione e ad una conseguente emulazione dei suoi valori, giusti o sbagliati che siano.

Achilli viene inoltre idealizzato come paladino dei giusti in mezzo ad un paese corrotto come quello italiano, in cui non conta tanto la bravura del singolo quanto i suoi contatti personali. E’ il nome stesso del sito a suggerire il ruolo del suo fondatore, egomnia che da “io contro tutto”, Matteo contro le ingiustizie, diventa un “io e tutto”, il disoccupato di fronte alle infinite possibilità che il social network di Matteo si propone di offrire.

L’idea di un protagonista, all’apparenza disarmato ma giusto e determinato, di fronte ad un nemico invincibile è, ancora una volta, una tematica tutta americana. Essa è, per esempio, uno dei cardini della poetica del regista statunitense per eccellenza Steven Spielberg e, di nuovo, the startup conferma un’esplicita volontà di imitare il cinema americano, profondamente diverso e per certi versi incompatibile con quello italiano.

Figure positive in questo film sono i genitori di Matteo che rischiano tutto pur di dare al proprio figlio la possibilità di un futuro migliore, a loro non concesso. Personaggi come questi ultimi e Giuseppe, laureato in un’università poco prestigiosa e dunque costretto a lavorare in nero in cambio di un misero compenso, introducono quello che è invece un tema originale: l’istruzione non è per tutti. Entrare in università prestigiose è l’unico modo di trovare lavoro al giorno d’oggi e sono proprio queste a richiedere tasse scolastiche più elevate. L’istruzione è quindi per chi può permettersela, fatta eccezione per poche eccellenze che miracolosamente riescono a vincere una delle poche borse di studio in palio. In the startup l’immagine data dell’università Bocconi e, più nello specifico, di chi la frequenta è dunque assai poco lusinghiera.

Per quanto riguarda invece la storia d’amore tra Emma e Matteo, sebbene in alcune scene possa tendere al melodrammatico, essa è il vero motore del film, tanto da mettere talvolta in dubbio lo spettatore su quale sia il vero focus del regista: la creazione di egomnia o la storia d’amore tra i due giovani avversata dalla lontananza e dal crescente successo di lui? Al termine della visione non si giunge ad una conclusione ma è il personaggio di Emma a riscattare in parte questo film che, con una battuta d’effetto, fa comprendere il messaggio che si intendeva maldestramente comunicare. In una scena infatti Matteo le chiede che senso abbia tutta la fatica che spende nella danza classica se poi Emma non ambisce a diventare la prima ballerina; a questo lei risponde: “Ciò che la fatica fa di te”.