THE PLACE: TRE RECENSIONI

admin/ giugno 3, 2018/ Dimensione Arte, Recensioni, Spettacoli

di Antonelli Margherita (Classico)

Il regista Paolo Genovese ritorna nel 2017 con un film drammatico che sembra essere un seguito, meno riuscito, di Perfetti Sconosciuti: se in quest’ultimo partivamo da una situazione normale e scoprivamo nel corso della storia i segreti dei singoli personaggi, in The Place i personaggi si presentano da subito per come sono e ci rendono partecipi dei dettagli più privati delle loro vite.

Genovese e la sua co-sceneggiatrice Isabella Aguilar si sono ispirati alla serie televisiva americana del 2010 The Booth at the End per l’ambientazione e la strategia.

Ogni personaggio ha una propria vita che prosegue autonomamente ma ognuno di loro si ritrova dentro un bar, lo stesso bar, seduto ad un tavolo, lo stesso tavolo davanti ad un uomo, lo stesso uomo. Non è un uomo qualsiasi: si dice che sia capace di esaudire i desideri.

Ad ogni ora del giorno sta seduto con un grosso quaderno disordinato e aspetta, scrive, ascolta ciò che i suoi ‘clienti’ hanno da dirgli. Ciò che accomuna queste nove persone e che intreccia le loro vicende non è quello che desiderano ma ciò che sono disposti a fare per ottenerlo: qualsiasi cosa.

Per formulare il loro desiderio e per spiegare le loro ragioni i personaggi hanno pochi minuti, al termine dei quali l’uomo consulta il suo voluminoso libro nero, scrive qualche parola e dice loro cosa dovranno compiere per fare in modo che il desiderio si avveri. Quando la ‘sentenza’ viene pronunciata il personaggio esce di scena e fa quello che deve fare nel fuori campo, lontano dagli occhi dello spettatore.

Ed è qui che sta la particolarità del film che rispetta rigorosamente una unità di luogo: l’intera narrazione è sviluppata all’interno di un bar di Roma e scorre attraverso i dialoghi dei singoli personaggi con la figura principale. Sta allo spettatore e alla sua immaginazione navigare attraverso le vite dei personaggi e ricreare mentalmente le vicende, raccontate dai nove personaggi. La strategia dell’unità di luogo è ben riuscita ma risulta essere soffocante in certi punti.

Il ritmo pur essendo sostenuto è monotono per la presenza esclusiva di dialoghi; la suspense è poco accentuata e i colpi di scena sembrano essere prevedibili a volte.

Insomma il film è buono ma è distante da quei caratteri accattivanti di Perfetti Sconosciuti e manca di qualche particolare che smuova la situazione.


Recensione film “The Place” – Paolo Genovese

di Elena Maurin – classe II C cl. – I.I.S. Bruno Franchetti – Mestre (VE)

Fino a dove siamo capaci di arrivare per realizzare i nostri sogni? O meglio: quali sono i confini etici e morali delle nostre ambizioni, quali i recinti oltre i quali il concetto di immoralità cambia forma e diventa qualcos’altro?

Paolo Genovese nel film The Place è partito proprio da questa domanda. Egli affida la sorte di una manciata di uomini ad un giudice supremo, interpretato da Valerio Mastandrea, che sedendo al bar ‘The Place’ rivolge ai clienti richieste che abbracciano anche le tenebre, la colpa, il peccato.

Dopo Perfetti sconosciuti, la commedia corale sui cellulari e sui segreti contenuti al loro interno che aveva conquistato il pubblico italiano, il regista alza ancora il tiro: un altro film con un cast italiano all star ma anche con una cornice più cupa e drammatica, o quantomeno più riflessiva.

I personaggi si alternano al cospetto di Mastandrea, dio-in-terra (ma se fosse il diavolo, o la coscienza dell’umanità?), ombroso e stropicciato, tenebroso ma dotato di un curioso disincanto. Parlano di loro, si confessano, si sfogano a questo arbitro in terra del Bene e del Male. Pretendono, e poi agiscono. Fanno i conti con le conseguenze, ma provano anche ad eluderle.

In questa girandola umana, per la quale il regista si è ispirato alla serie tv The Booth at The End, c’è una seriosità spiazzante, mai univoca e sempre sfuggente, che passa attraverso l’esperienza di uno sceneggiatore di commedia quale è Genovese. La violenza e i chiaroscuri dell’animo umano sono presentati con una leggerezza mai esplicita, con un senso del tragico che non si fa mai davvero nero, ma produce ritratti umani attraverso poche e rapide pennellate. Perché i vari attori si alternano di continuo e devono essere i più incisivi ed esaustivi possibile nello spazio che hanno a disposizione.

Forte anche qui di un’idea di trama molto forte e immediata da descrivere, Genovese prova a prendere per mano lo spettatore, a trascinarlo verso qualcosa di sorprendente. Alla domanda «da che parte stai?», Mastandrea risponde semplicemente «da questa», certificando senza troppe cerimonie il proprio senso di responsabilità, la freddezza di chi è al di là della scrivania, in un ruolo di potere. E in fondo Genovese fa un po’ la stessa cosa: si ritaglia un punto di osservazione privilegiato – quello del regista autorevole e distaccato – da cui squadrare una coreografia di individui e di caratteri.

Il progetto è ambiziosissimo, anche se qua e là il film si fa incerto sul registro da prendere, risultando fumoso e contraddittorio, talora un po’ stonato. I problemi sono soprattutto nell’ultima parte: qualche personaggio si eclissa frettolosamente e rimane addosso una lieve sensazione di incompiutezza. Va però in ogni caso apprezzata la sfida di un regista di commedia che prova, in un paese come il nostro che della risata al cinema ha fatto l’unico diktat di un intero sistema produttivo, a fare qualcosa di diverso.

Un cineasta che sceglie di non sedersi, di prediligere un tocco europeo, di gettarsi da un piano molto alto, di ricorrere alla sola forza della stasi e del dialogo, di un bar e un tavolino e nient’altro. Di dare da mangiare ai mostri, ma soprattutto di guardarli negli occhi, anche a rischio di accecarsi.


The Place (2017)

di Giordano De Crescenzo 4E

Dopo il successo di “Perfetti Sconosciuti” Paolo Genovese torna a far parlare di sé con una pellicola tecnicamente non molto distante dalla precedente ma meno efficace dal punto di vista della sceneggiatura. La trama è semplice: nove personaggi di ogni estrazione sociale si recano al “The Place” per incontrare “l’uomo”, interpretato da Valerio Mastandrea, al fine di avverare i propri desideri, anche a costo di compiere azioni moralmente ed eticamente sbagliate.

Da quanto si intuisce, il film vorrebbe approfondire le tematiche del bene e del male, indagando fino a quando la natura umana considera valida e invalicabile quella linea di confine tra le due forze che ci governano. Vorrebbe. Un’analisi dovrebbe prevedere uno sviluppo delle tesi di partenza, ma questo procedimento all’interno del film avviene solo in maniera parziale: sebbene i personaggi risultino cambiati dopo le loro esperienze con “l’uomo”, il risultato finale non è differente dalle condizioni iniziali. La conclusione che “l’uomo è disposto a tutto pur di ottenere ciò che vuole” è la medesima idea da cui parte il film: ma ribadire l’ambiguità della coscienza umana e la cattiveria intrinseca in ognuno di noi non è un punto di arrivo valido, in quanto si ripetono per un’ora e cinquanta gli stessi concetti. Un esempio lampante è la ridondanza della storia di Marcella.
Un’opera che dice di “credere nei dettagli” arriva ad una chiusura scontata, figlia di dialoghi piatti che non riescono a trasmettere l’intensità necessaria di alcune situazioni, sprecando un cast che si mostrava, almeno in potenza, eccezionale. Gli attori, infatti, sono costretti più volte ad esasperare l’interpretazione per colmare una mancanza di contenuti nella scrittura.
Uno degli errori in questo campo, sta nella scelta di copiare e incollare delle battute della serie originale “The Booth At The End” senza considerare le differenze di pubblico e piattaforma del riadattamento, una falla piuttosto grave per un film che si basa totalmente sulla “forza della parola”. Alba Rohrwacher e Rocco Papaleo riescono comunque a proporre una buona interpretazione, contrariamente a Sabrina Ferilli, che è totalmente fuori luogo sia come presenza fisica sia come stile di recitazione.
Merita menzione anche l’omonima colonna sonora di Marianne Mirage, che riesce a porsi perfettamente in linea con lo stato d’animo di chi chiede aiuto all’ “uomo”, come la fotografia, che si cimenta nell’utilizzo di toni tendenti al grigio.
In sintesi, “The Place” rappresenta ciò che non dovrebbe fare un regista: cavalcare l’onda di un successo, cadendo, però, nella banalità.