FRANCHETTI AUTOGESTITO, 2018

Marco Visentin/ marzo 27, 2018/ Il nostro angolo

di Bianca Bernante, Giosuè Chessari, Emilio Dalla Torre, Cecilia Manzoni, Matteo Panighel, Lisa Spolaor, Angelo Talotti, Marco Visentin
Membri della Commissione Autogestione 2017 – sede Franchetti

Quest’anno l’autogestione è entrata, infine, a pieno diritto tra i rituali stanchi e privi di ragion d’essere. Il cambiamento era in nuce già da tempo: per molti, ormai, l’assemblea autogestita non è un’alternativa studentesca alle lezioni dei docenti, con proposte stimolanti che permettano di vivere la scuola in modo più personale; è invece, essenzialmente, una vacanza in un periodo dell’anno piuttosto affannoso. Non “un’altra scuola”, ma “non-scuola”. Tanto, ciò che a scuola non è scuola va bene per principio.

Gli anni passati si era almeno cercato di salvare le apparenze, presentando proposte più o meno interessanti, ma comunque meditate: alle tanto amate attività sportive e agli altrettanto popolari cineforum si accompagnavano conferenze, incontri e testimonianze su svariati ambiti. Abbiamo avuto volontari di varie organizzazioni umanitarie; Antonio Boldrin, l’anno scorso, ci ha portato la propria testimonianza della terribile esperienza del Lager; membri di associazioni hanno incoraggiato discussioni, tra l’altro, sulle migrazioni.

In fin dei conti, l’autogestione da noi curata l’anno passato è stata povera. Povera, perché si sarebbero potute diversificare le attività. Povera, perché tra le proposte c’era un grande assente, gli studenti: possibile che i nostri compagni non propongano niente più che laboratori di musica o karaoke (e meno male che almeno qualcuno organizza quelli)? Possibile che nessuno di loro abbia un intervento da tenere, un ospite da invitare, un messaggio da lanciare?

Evidentemente, non solo è possibile, ma è realtà. Quella povertà, dopotutto, era imposta: dovendo organizzare ogni cosa in poche persone – e alla fine, riteniamo di non aver fatto un cattivo lavoro, per quanto la fatica di pochi non varrà mai l’impegno di tutti – e non riscontrando grande interesse da parte dei diretti interessati, si è giocato in difesa. Cercando di evitare che ad attività e ospiti ulteriori corrispondesse la desolazione di non avere pubblico.

Immaginate la scena (peraltro, in alcuni casi, avvenuta): ci sono venti, anche trenta iscritti a un laboratorio, e se ne presentano cinque; cinquanta a una conferenza, e poi in aula magna ci sono dieci persone. Gli altri, scomparsi: l’iscrizione era solo una formalità per poter passare la giornata a non far nulla.

Ecco, quest’anno dobbiamo ringraziare che sia andata così. Speriamo che più persone possibile abbiano voluto perdere tempo, che non si siano presentate alle proprie attività: non avranno notato, così, che questa era – in alcuni, e non pochi, casi – misteriosamente sublimata. C’era (in circolare, nel modulo di iscrizione…) e non c’era (nella realtà).

La confusione, l’avete sperimentata voi stessi. Prima, per iscriversi: “devo guardare la circolare? o il modulo di iscrizione, stranamente diverso?”. E il giorno stesso: “ma io non mi ero iscritto a vedere il tal film? perché non c’è più? perché il laboratorio di musica è stato sostituito da una conferenza?”.

Desolante.

Eppure, non ci sarebbe voluto molto… Partendo dalle proposte formulate dal Comitato studentesco, attuabili e mediamente interessanti; attingendo da quelle, ancor più numerose, presentate dall’Assemblea dei Delegati. Ai docenti chiediamo se sia normale tenere riunioni su riunioni perché poi gli esiti della discussione siano bellamente ignorati; ai compagni, se siano soddisfatti. Qualcuno, tra i nostri meno di venticinque lettori, una risposta magari l’avrà.

P.S. Se qualcuno volesse usare questo articolo per dimostrare l’inutilità di certe “pagliacciate studentesche”, sappia che non ha centrato il punto.