IL COLORE NASCOSTO DELLE COSE

admin/ giugno 7, 2018/ Dimensione Arte, Recensioni

Lisa De Stefani, IIBcl. Franchetti

“Dare un colore alle cose mi aiuta a vederle… per voi è un po’ più difficile: siete, per forza di cose, più legati alle apparenze”, dice Emma nel film drammatico diretto da Silvio Soldini, Il colore nascosto delle cose (2017).

Certamente non richiede nessuno sforzo fermarsi alle apparenze, lasciar scorrere la realtà di fronte agli occhi osservandone i fotogrammi di sfuggita, come quando si guarda il paesaggio fuori dal finestrino di un treno in corsa. I soggetti e i colori sono, dopotutto, sempre gli stessi.
È proprio per questa ragione che per noi è più difficile vedere.
Viviamo la nostra quotidianità con disinteresse perchè diamo per scontato di conoscere ogni mattonella del marciapiede su cui camminiamo per poi puntualmente inciampare, e di sapere esattamente a quale incrocio svoltare, finendo per perderci.
Molte persone però non godono del privilegio di potersi abbandonare alla distrazione e alla superficialità.
Persone che, come Emma, vivono “al buio”.

E proprio nel buio totale si apre Il colore nascosto delle cose, con una scena nella quale sono delle voci senza volto a catturare l’attenzione. Scopriamo poi che quelle voci appartengono a Emma (Valeria Golino), Teo (Adriano Giannini) e alcuni dei suoi colleghi. Si tratta del “dialogo nel buio”: un’esperienza che stimola l’utilizzo dei sensi e durante la quale una persona non vedente, nel nostro caso Emma, guida i partecipanti in un percorso privo di qualsiasi fonte luminosa.
Teo è un pubblicitario, impegnato in una relazione che lo annoia e tormentato da un passato difficile, che nell’oscurità di quella stanza si infatua immediatamente del timbro sensuale di Emma, non potendola vedere in viso.
I due protagonisti, in un primo momento apparentemente destinati a prendere cammini differenti, vedranno le loro vite incrociarsi ancora, casualmente. Inizia così una frequentazione che farà emergere un sentimento sempre più sincero nei loro cuori, conducendoli ad un (seppur travagliato) lieto fine.

Il tema della cecità spesso viene affrontato per suscitare commozione nel pubblico che è sensibilizzato ad una realtà che non lo riguarda in prima persona; si ottiene come ultimo risultato la compassione.
Al contrario, Soldini ci presenta Emma che, nonostante l’handicap con il quale convive dall’adolescenza, è una lavoratrice ricca di interessi e volonterosa nei confronti del prossimo. Una donna forte e piena di vitalità.
Il suo mondo è rappresentato in maniera naturale e reale, come se nel momento in cui la vediamo passeggiare al parco fossimo al suo fianco, partecipi della sua quotidianità e non semplicemente spettatori di essa in un’anonima sala cinematografica. Questo è senza dubbio un punto a favore di una sceneggiatura che spesso e volentieri sarebbe potuta scivolare nella banalità.

Soldini, dunque, non solo è riuscito efficacemente a catturare il pubblico con la sua semplice trama, ma a raccontare questa alternativa storia d’amore con estrema naturalezza e a indagare il vissuto dei protagonisti: due persone comuni che hanno imparato a conoscersi senza formulare pregiudizi l’una nei confronti dell’altra e ad amarsi ascoltando le loro anime.